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Oggi è il turno del whistleblowing.
Ieri era il jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al
contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e
non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa
dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su
due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa
strategia di comunicazione.
Il primo aspetto riguarda il Governo e il
coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è
adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il
proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello
della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno
fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo
stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità
rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing
che è molto meglio di delazione.
Il secondo aspetto di questo trend
(ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno
la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con
sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine
che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli
anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.
Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che
mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la
supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di
scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta
la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non
esiste tout court come legge di
riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist,
settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato
anche con Renzi – in his own words –
e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.
Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e
memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi
stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia
francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E
come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si
chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di
cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere
idea di ciò, dal momento che si ostina
a parlare di réforme du temps de travail.
Quindi
siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con
il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona
comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte
spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il
preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali.
Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o
piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che
investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo
corretto della propria lingua.