lunedì 25 gennaio 2016

L'uso della propria lingua

(C) http://www.dolighan.com/

Oggi è il turno del whistleblowing. Ieri era il  jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa strategia di comunicazione.

Il primo aspetto riguarda il Governo e il coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing che è molto meglio di delazione.

Il secondo aspetto di questo trend (ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.

Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non esiste tout court come legge di riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist, settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato anche con Renzi – in his own words – e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.

Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere idea di ciò, dal momento che si ostina a parlare di réforme du temps de travail.


Quindi siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali. Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo corretto della propria lingua.