mercoledì 9 novembre 2016

Un libro da leggere: Il cambiamento possibile di Letizia Ciancio

Il cambiamento possibile di Letizia Ciancio è un libro ben scritto, rigoroso nell'approccio teorico, molto ricco nella bibliografia e coerente nella varietà di teorie e idee proposte. 

Letizia Ciancio Il Cambiamento Possibile Intrecci Edizioni Eugenio Sacco giornalista blog Corrispondenza Biunivoca
Letizia Ciancio Il Cambiamento Possibile Intrecci Edizioni

Due aspetti risultano particolarmente interessanti: l'approccio innovativo e la brillante trattazione. Il libro infatti si snoda fra i parallelismi relativi alla meccanica quantistica e le teorie sociali, prendendo spunto dalle prime per sovrapporre, fra gli altri, il concetto di "sistemi complessi" all'analisi della società nella propria interazione con l'individuo e viceversa. Il secondo aspetto include il valore pratico delle teorie esposte: lungi dall'essere solo ed esclusivamente un saggio di psicologia sociale Il cambiamento possibile è anche un manuale pratico per chiunque svolga un ruolo di gestione delle risorse umane: dalle dinamiche di gruppo alle caratteristiche della leadership. 

Letizia Ciancio Il Cambiamento Possibile Intrecci Edizioni Eugenio Sacco giornalista blog Corrispondenza Biunivoca

Ricco di informazioni utili, questo libro smentisce l'assunto dell'immobilismo come porto sicuro della vita, affermando con argomentazioni forti come star fermi mentre tutto si muove significhi arretrare rispetto al sistema di riferimento e con grande chiarezza e solide basi teoriche come il cambiamento sia possibile e, spesso, auspicabile.

lunedì 16 maggio 2016

Il segreto per aumentare la durata della batteria del proprio smartphone

Nei giorni scorsi ho trascorso una interessantissima giornata a un corso di formazione a Roma, presso la sede dell'Unicredit all'Eur. Il corso, organizzato dal Centro di Documentazione Giornalistica attraverso il Centrostudi Giornalismo e Comunicazione, ha trattato di Digital Content Management (la Gestione dei contenuti editoriali su internet, in pratica). La lezione tenuta dal bravissimo Alberto Puliafito è stata una esperienza unica che mi ha offerto molti spunti di riflessione su alcuni aspetti del mio lavoro e sulla mia formazione giornalistica.

Tra i vari aspetti, molti di essi legati a competenze da apprendere e capacità che intendo sviluppare, ho avuto modo di riflettere sulla dipendenza da smartphone e sulla mia capacità di scaricare la batteria del cellulare in tempi brevissimi. Negli ultimi tempi poi mi sono reso conto che nell'utilizzo intensivo del mio smartphone la batteria dura poco e si scalda molto più di prima.

E un cellulare con una batteria che si scarica subito, è molto frustrante!
Si può aumentare la durata della batteria?
Disegnato da Freepik
Ho cercato quindi dei consigli sui siti più noti: Aranzulla in primis e a seguire tutti i tutorial e le guide che riuscivo a trovare su Windows Phone (più ricco e pesante dall'arrivo su mobile di Windows 10) ma anche su Android e iOS. Facendo un confronto tra tutti i trucchi consigliati per gli smartphone delle principali marche e in cerca di una soluzione, ho letto le classifiche di performance sulla capacità della batteria di Samsung, iPhone, Lumia (sia dell'èra Nokia che di quella Microsoft), Sony, HTC, Huawei... senza trovare soluzioni utili. Così ho deciso di occuparmene io personalmente e stilare una guida alla ricarica del cellulare attraverso una lista di buone pratiche per aumentare la durata della batteria del proprio smartphone.

I rimedi proposti dagli altri siti sono sempre i soliti:
  • Riduzione della luminosità dello schermo: VERO. Ridurre la luminosità può servire, se rinunciate alla salute degli occhi...
  • Disattivazione delle connessione wifi: VERO. E utilissimo, se esistesse un piano tariffario dati... totalmente flat!
  • Evitare il più possibile lo switch fra connessioni differenti nelle aree di scarsa copertura di 3G e 4G: VERO. Siamo sicuri che non si consuma più batteria a modificare in continuazione le impostazioni?
  • Effettuare cicli di calibrazione della batteria: pur essendo la soluzione più professionale è una taratura a ribasso. La batteria si consuma e si deteriora con l'utilizzo e con il tempo si perde sempre più autonomia della batteria.
L'obiettivo prefissato per questa guida non era quello di dare una risposta esaustiva o fornire una prova comparativa, dei test per stilare una classifica del miglior smartphone per la durata di batteria: con una semplice ricerca si possono trovare prove comparative molto più complete e utili. E sempre aggiornate. L'obiettivo era sviluppare un'idea, provare un approccio diverso e soprattutto mettere in pratica il frutto delle riflessioni, offrendo una piccola guida, differente da tutte le altre nella propria filosofia.

Dunque, quali sono davvero le buone pratiche per aumentare la durata della batteria dello smartphone? 

Io, precisamente, ho individuato una soluzione; un trucco semplice che mi è venuto in mente in aula, proprio durante il corso tenuto da Puliafito (che ringrazio per i contenuti che ci ha trasmesso e più ancora per aver mostrato che facendo, si può ottenere il giusto risultato) e mi ha permesso di ripensare del tutto l'approccio alla valutazione della batteria, soprattutto se divenuta ormai scarsa e deludente e consentendomi di avere, dopo oltre otto ore, una carica superiore al 40%!

Non l'ho usato. Semplice, ergonomico, zen persino. Lo smartphone e la sua batteria sono rimasti in tasca tutto il tempo e ho interagito con le persone presenti, parlato a voce, scritto a penna e a fine giornata ho provato la sensazione di aver vissuto una vera esperienza, intensa... reale! Il mio consiglio credo sia questo, in fondo: andate in aula, andate in giro, formatevi, informatevi, aggiornatevi, imparate cose nuove, conoscete persone vere. Credo che nella old economy lo chiamassero vivere.

venerdì 13 maggio 2016

Memento Audi

Audi propone il latino finalmente comprensibile a tutti (https://youtu.be/5xr7RgD36Ho)
Torno sull'analfabetismo di ritorno (il grande ciclo della vita). E' inutile sottolineare che l'italiano e latino abbiano moltissimi punti in comune, a partire dall'alfabeto fino alla presenza di termini di uso comune. No, evidentemente non lo è, dal momento che alla Audi ritengono necessario scrivere: Audi, dal latino ascolta. Mentre, qualora non bastasse, una voce fuori campo sottolinea "E' il nostro nome!". Memento Audi.

giovedì 11 febbraio 2016

Andata e ritorno



Il fatto che i pubblicitari abbiano sentito la necessità di specificare il significato del termine "pinguedine" è un segno dell'analfabetismo di ritorno. O dell'obesità di andata.

domenica 7 febbraio 2016

Il gioco doppio




I giornali italiani non brillano mai (quasi mai) per originalità. Il mercato editoriale ha un assetto molto rigido e, salvo pochi outsider come l’aggressivo Fatto e la rediviva Unità, i moloch dell’informazione sono, nel profondo, ben fermi. Non c’è vera concorrenza, perché in fondo il mercato dei lettori è ancor più fermo di quello di chi scrive. I giornali sono allineati su offerte e contenuti. Cambia il modo di presentarli, cambia la profilazione secondo il pubblico di riferimento. Difficilmente cambia il timone, la gerarchia delle notizie e il peso attribuito ad esse in prima pagina.

Oggi, domenica sette febbraio, colpisce l’idea di fondo che serpeggia fra le prime pagine dei giornali. Un’idea che in modi differenti è arrivata dai commentatori di politica interna, dai notisti, dagli editorialisti.

Appare chiaro che la percezione del gioco politico è doppia. Non voglio soffermarmi sul dato politico. E’ interessante la convergenza, rispetto alla percezione.

E’ vero: sono partito dal presupposto che i giornali italiani non brillino mai (quasi mai) per originalità ma qui non siamo ad analizzare i presupposti, qui si parla di conclusioni.

La questione delle Unioni Civili continua a mostrare aspetti interessantissimi della comunicazione politica, della strategia e della paura di fondo che è quella di fare qualcosa che scontenti in primis la Chiesa e a seguire il mondo conservatore. Si cercano parole e simboli alternativi per comunicare ciò che viene fatto; si cerca di sostenere dissociandosi e dissociarsi sostenendo una libertà di coscienza che dall’esterno appare fuori misura rispetto alla portata etica e morale della scelta in atto.


E così la doppia anima di Repubblica incontra il doppio sgambetto della Stampa e tutto finisce nei due forni del Sole 24 Ore, lasciando la sensazione che, in maniera più o meno volontaria, la cifra del confronto attuale sia quella del doppio gioco. E questo sì, è anche un dato politico.

lunedì 25 gennaio 2016

L'uso della propria lingua

(C) http://www.dolighan.com/

Oggi è il turno del whistleblowing. Ieri era il  jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa strategia di comunicazione.

Il primo aspetto riguarda il Governo e il coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing che è molto meglio di delazione.

Il secondo aspetto di questo trend (ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.

Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non esiste tout court come legge di riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist, settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato anche con Renzi – in his own words – e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.

Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere idea di ciò, dal momento che si ostina a parlare di réforme du temps de travail.


Quindi siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali. Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo corretto della propria lingua.