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lunedì 16 maggio 2016

Il segreto per aumentare la durata della batteria del proprio smartphone

Nei giorni scorsi ho trascorso una interessantissima giornata a un corso di formazione a Roma, presso la sede dell'Unicredit all'Eur. Il corso, organizzato dal Centro di Documentazione Giornalistica attraverso il Centrostudi Giornalismo e Comunicazione, ha trattato di Digital Content Management (la Gestione dei contenuti editoriali su internet, in pratica). La lezione tenuta dal bravissimo Alberto Puliafito è stata una esperienza unica che mi ha offerto molti spunti di riflessione su alcuni aspetti del mio lavoro e sulla mia formazione giornalistica.

Tra i vari aspetti, molti di essi legati a competenze da apprendere e capacità che intendo sviluppare, ho avuto modo di riflettere sulla dipendenza da smartphone e sulla mia capacità di scaricare la batteria del cellulare in tempi brevissimi. Negli ultimi tempi poi mi sono reso conto che nell'utilizzo intensivo del mio smartphone la batteria dura poco e si scalda molto più di prima.

E un cellulare con una batteria che si scarica subito, è molto frustrante!
Si può aumentare la durata della batteria?
Disegnato da Freepik
Ho cercato quindi dei consigli sui siti più noti: Aranzulla in primis e a seguire tutti i tutorial e le guide che riuscivo a trovare su Windows Phone (più ricco e pesante dall'arrivo su mobile di Windows 10) ma anche su Android e iOS. Facendo un confronto tra tutti i trucchi consigliati per gli smartphone delle principali marche e in cerca di una soluzione, ho letto le classifiche di performance sulla capacità della batteria di Samsung, iPhone, Lumia (sia dell'èra Nokia che di quella Microsoft), Sony, HTC, Huawei... senza trovare soluzioni utili. Così ho deciso di occuparmene io personalmente e stilare una guida alla ricarica del cellulare attraverso una lista di buone pratiche per aumentare la durata della batteria del proprio smartphone.

I rimedi proposti dagli altri siti sono sempre i soliti:
  • Riduzione della luminosità dello schermo: VERO. Ridurre la luminosità può servire, se rinunciate alla salute degli occhi...
  • Disattivazione delle connessione wifi: VERO. E utilissimo, se esistesse un piano tariffario dati... totalmente flat!
  • Evitare il più possibile lo switch fra connessioni differenti nelle aree di scarsa copertura di 3G e 4G: VERO. Siamo sicuri che non si consuma più batteria a modificare in continuazione le impostazioni?
  • Effettuare cicli di calibrazione della batteria: pur essendo la soluzione più professionale è una taratura a ribasso. La batteria si consuma e si deteriora con l'utilizzo e con il tempo si perde sempre più autonomia della batteria.
L'obiettivo prefissato per questa guida non era quello di dare una risposta esaustiva o fornire una prova comparativa, dei test per stilare una classifica del miglior smartphone per la durata di batteria: con una semplice ricerca si possono trovare prove comparative molto più complete e utili. E sempre aggiornate. L'obiettivo era sviluppare un'idea, provare un approccio diverso e soprattutto mettere in pratica il frutto delle riflessioni, offrendo una piccola guida, differente da tutte le altre nella propria filosofia.

Dunque, quali sono davvero le buone pratiche per aumentare la durata della batteria dello smartphone? 

Io, precisamente, ho individuato una soluzione; un trucco semplice che mi è venuto in mente in aula, proprio durante il corso tenuto da Puliafito (che ringrazio per i contenuti che ci ha trasmesso e più ancora per aver mostrato che facendo, si può ottenere il giusto risultato) e mi ha permesso di ripensare del tutto l'approccio alla valutazione della batteria, soprattutto se divenuta ormai scarsa e deludente e consentendomi di avere, dopo oltre otto ore, una carica superiore al 40%!

Non l'ho usato. Semplice, ergonomico, zen persino. Lo smartphone e la sua batteria sono rimasti in tasca tutto il tempo e ho interagito con le persone presenti, parlato a voce, scritto a penna e a fine giornata ho provato la sensazione di aver vissuto una vera esperienza, intensa... reale! Il mio consiglio credo sia questo, in fondo: andate in aula, andate in giro, formatevi, informatevi, aggiornatevi, imparate cose nuove, conoscete persone vere. Credo che nella old economy lo chiamassero vivere.

venerdì 13 maggio 2016

Memento Audi

Audi propone il latino finalmente comprensibile a tutti (https://youtu.be/5xr7RgD36Ho)
Torno sull'analfabetismo di ritorno (il grande ciclo della vita). E' inutile sottolineare che l'italiano e latino abbiano moltissimi punti in comune, a partire dall'alfabeto fino alla presenza di termini di uso comune. No, evidentemente non lo è, dal momento che alla Audi ritengono necessario scrivere: Audi, dal latino ascolta. Mentre, qualora non bastasse, una voce fuori campo sottolinea "E' il nostro nome!". Memento Audi.

giovedì 11 febbraio 2016

Andata e ritorno



Il fatto che i pubblicitari abbiano sentito la necessità di specificare il significato del termine "pinguedine" è un segno dell'analfabetismo di ritorno. O dell'obesità di andata.

domenica 7 febbraio 2016

Il gioco doppio




I giornali italiani non brillano mai (quasi mai) per originalità. Il mercato editoriale ha un assetto molto rigido e, salvo pochi outsider come l’aggressivo Fatto e la rediviva Unità, i moloch dell’informazione sono, nel profondo, ben fermi. Non c’è vera concorrenza, perché in fondo il mercato dei lettori è ancor più fermo di quello di chi scrive. I giornali sono allineati su offerte e contenuti. Cambia il modo di presentarli, cambia la profilazione secondo il pubblico di riferimento. Difficilmente cambia il timone, la gerarchia delle notizie e il peso attribuito ad esse in prima pagina.

Oggi, domenica sette febbraio, colpisce l’idea di fondo che serpeggia fra le prime pagine dei giornali. Un’idea che in modi differenti è arrivata dai commentatori di politica interna, dai notisti, dagli editorialisti.

Appare chiaro che la percezione del gioco politico è doppia. Non voglio soffermarmi sul dato politico. E’ interessante la convergenza, rispetto alla percezione.

E’ vero: sono partito dal presupposto che i giornali italiani non brillino mai (quasi mai) per originalità ma qui non siamo ad analizzare i presupposti, qui si parla di conclusioni.

La questione delle Unioni Civili continua a mostrare aspetti interessantissimi della comunicazione politica, della strategia e della paura di fondo che è quella di fare qualcosa che scontenti in primis la Chiesa e a seguire il mondo conservatore. Si cercano parole e simboli alternativi per comunicare ciò che viene fatto; si cerca di sostenere dissociandosi e dissociarsi sostenendo una libertà di coscienza che dall’esterno appare fuori misura rispetto alla portata etica e morale della scelta in atto.


E così la doppia anima di Repubblica incontra il doppio sgambetto della Stampa e tutto finisce nei due forni del Sole 24 Ore, lasciando la sensazione che, in maniera più o meno volontaria, la cifra del confronto attuale sia quella del doppio gioco. E questo sì, è anche un dato politico.

lunedì 25 gennaio 2016

L'uso della propria lingua

(C) http://www.dolighan.com/

Oggi è il turno del whistleblowing. Ieri era il  jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa strategia di comunicazione.

Il primo aspetto riguarda il Governo e il coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing che è molto meglio di delazione.

Il secondo aspetto di questo trend (ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.

Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non esiste tout court come legge di riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist, settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato anche con Renzi – in his own words – e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.

Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere idea di ciò, dal momento che si ostina a parlare di réforme du temps de travail.


Quindi siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali. Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo corretto della propria lingua.

domenica 24 marzo 2013

Passato digitale

Qualche giorno fa mi è tornato in mente il ricordo di un avvenimento. L'evento in sé non era e non è di alcuna importanza. Le immagini nei miei ricordi avevano contorni sfumati e la prima cosa che ho cercato di fare è stata provare a recuperare delle foto dall'hard-disk. Ma questo evento, accaduto una decina di anni fa, non ha alcun tipo di testimonianza digitale. Nessun telefono con fotocamera, nessuna macchina fotografica digitale lo ha immortalato. Era il 2002 e le poche fotocamere in circolazione (comprese quelle attaccate ai cellulari come nel Sony Ericsson t68i) avevano un megapixel di risoluzione e immagini grandi al massimo 640x480 con memorie capaci di contenerne meno di un rullino: costavano poi cifre improbabili. E' strano, ma a volte mi sembra che tutto ciò che è accaduto prima della testimonianza continua data dai cellulari, dalla condivisione aperta e sociale su internet, dalla possibilità di campionari fotografici sterminati, sia ancora più lontano nel tempo della memoria di quanto non lo sia davvero nel tempo della realtà vissuta. E quando capita poi di ritrovare le foto stampate (o persino i negativi), questa sensazione peggiora: nei computer nessuna immagine ingiallisce o sbiadisce. O c'è o non c'è, come ogni altra cosa digitale, che è 1 o 0 senza vie di mezzo. Un ricordo decade, può persino svanire. Una foto si scolora, perde intensità e a volte cambia talmente i toni da cambiare la percezione stessa. Le foto digitali rimangono tali e quali invece e il tempo sembra quasi accorciarsi: tutto è più vicino e dal passato digitale è  più difficile prendere le distanze. Il passato digitale si elabora solo con Photoshop.

martedì 21 giugno 2011

I comprati

Non è che un giorno ti alzi e capisci che il mondo, gli esseri umani, dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Non è così, perché questo lo impari giorno dopo giorno; perché quei pochi che fanno ciò che dicono li tieni come amici e degli altri 'sticazzi. Rimane però una certa categoria di persone che hanno un prezzo. Li chiamiamo venduti, anche se in realtà sono solo comprati; anche loro lo hanno scoperto in quell'esatto momento. Non hanno colpa, ma non meritano perdono.

mercoledì 22 dicembre 2010

L'e-scatologico: Puffate

La Puffetta Prestigiacomo lascia il gruppo Pdl, perché Gargamella Cicchitto gli ha puffato un tiro mancino. Visibilmente scossa e in lacrime, durante la conferenza stampa, ha dichiarato che ne parlerà dirattamente col grande Puffo.

venerdì 10 dicembre 2010

L'e-scatologico: ormai avete capito il gioco di parole

Lo stesso Obama che ha dichiarato che Liu Xiaobo merita il premio Nobel per la Pace molto più di quanto non lo meritasse lui l'anno scorso, è proprio quello stesso Obama che se potesse mettere le mani su Assange gli farebbe capire che quando si parla di libertà di parola, di espressione e di critica ci si riferisce ai cinesi e a tutti i popoli oppressi da ideologie illiberali e regimi non democratici; gente che ipocritamente ti incarcera per reati d'opinione, dicendoti che hai commesso un reato d'opinione. Le democrazie, buone e trasparenti, arrestano solo gente cattiva come gli stupratori.

sabato 27 novembre 2010

L'e-scatologico - Pensieri di fine in tempi di merda

Sarà ridondante ma sempre meno del reiterato polemizzare sul tema: al dibattito meta-televisivo sul fine vita, è ora di staccare la spina.

lunedì 22 novembre 2010

Pro domo sua

Le dichiarazioni pontificie, in tema di preservativi sono irricevibili. Sono irricevibili perché arrivano con trenta anni di ritardo sull'esplosione dell'AIDS, irricevibili perché pronunciate in chiave morale e realistica (sic!) e non in chiave dottrinale. Irricevibili perché in evidente conflitto di interessi. Se fosse stata una enciclica, l'avrebbe chiamata Pro Domo Mea.


Prodezze grafiche


Non seguo il calcio, non tifo e se possibile guardo con una certa compassione chi lo fa. Non è snobismo, ma credo solo che esistano tante attività più valide rispetto al seguire uno sport. Poi ci sarebbe da fare una lunga digressione su cosa è sport, su cosa sia bello nello sport, se l'agonismo sia tutto o il gesto atltetico sia più importante etc etc. Ieri però mi è caduto l'occhio su di una foto molto bella. Lo spettacolare gesto atletico di Ibrahimovic che in rovesciata ha segnato un goal. La foto era pubblicata sull'Unità a corredo di un articolo che non ho letto. Però, al di là dell'atto immortalato dalla foto, c'è stato un particolare che ha attratto il mio sguardo. Un particolare molto "strano". La foto postata qui sopra è quella pubblicata in pagina dal quotidiano del PD. Quello che ho notato lo metto in forma di indovinello: in due dovrebbero averne quattro ma invece sono cinque...cosa sono?

martedì 16 novembre 2010

Chi ha paura del futuro non vive il presente

Si salta da una settimana a l'altra come se nulla fosse successo. E si torna di nuovo a Vieni via con me. Una nuova puntata, la seconda. Voglio però togliermi il dente subito, prima di dedicarmi alla parte migliore di questa trasmissione: Bersani e Fini hanno fatto schifo e suscitato pena. La narrazione, precedente e successiva al loro intervento, è stata densa di significato, solenne, quasi austera nella sua pura bellezza. Più sicuro Saviano, più concreto nelle sue circostanziate, documentate, pesanti accuse alla politica del nord e alle infiltrazioni nel territorio della criminalità organizzata. Uno squarcio pesante nel velo di omertà, uno squarcio luminoso sui bui traffici che covano alle spalle dell'Expo 2015. E a seguire, prima Beppino Englaro e poi il lungo monologo su Piergiorgio e Mina Welby. L'atto d'accusa lanciato alla Chiesa e al suo oscurantismo. Oscurantismo nei confronti di parole come eutanasia, libertà di scelta, diritti del malato. Una puntata eccezionale, fatta di verità e di temi Radicali, ennesima dimostrazione del fatto che di certe cose non se ne parla in televisione non perché non facciano ascolto, ma perché c'è cattiva volontà o incapacità di farlo da parte di presentatori e giornalisti. La poetica narrazione di Saviano e i nove milioni di ascoltatori sono lì a dimostrarlo.




venerdì 12 novembre 2010

Sodoma a Gomorra

Su "Vieni via con me" è stato detto e scritto molto. In generale, quasi tutta la stampa ha apprezzato la prima puntata, sottolineando lati positivi e qualche aspetto negativo. Stroncato da Liberazione, in polemica con Il Fatto, criticato costruttivamente da Aldo Grasso sul Corriere della Sera, il programma è stato sostanzialmente promosso senza troppe riserve. Un Benigni in gran forma e un Abbado un po' a disagio con i tempi televisivi sono stati il corollario di un atto di accusa verso la macchina del fango. Non entro nel merito, perché credo che già la querelle innescata da Travaglio, in polemica con Saviano per un certo utilizzo dei filmati con Falcone al Costanzo Show, abbia colto nel segno e gli eventuali sviluppi saranno tutti da seguire. E' interessante però la maniera in cui è stato trattato l'argomento "omosessualità". Attraverso le "liste" si è voluto squarciare un velo sulla povertà intellettuale di chi avversa l'omosessualità in sé (vale come doppio senso). Un Vendola un pò impacciato, un pò personaggio (e poco persona) ha fatto luce sul gretto modo di chiamare gli omosessuali. A lui ha fatto eco Saviano, che volendo satireggiare (o ironizzare?) sui luoghi comuni attorno ai gay, c'è finito dentro con tutte le scarpe. A tal proposito è uscito un meraviglioso articolo del filosofo Stefano Jesurum sul Corriere della Sera che ben sintetizza ciò che penso: "Sì, nei bar di Gomorra e dintorni sarei additato (con mio discreto vanto) come ricchione. Roberto si ricordi, però, che la medesima cosa accadrebbe nell'entroterra veneto, laziale, lombardo, emiliano, altoatesino e siciliano, nelle roccaforti leghiste e nelle sempre più circoscritte lande rosse di questo Paese. Accade ovunque regnino l'ignoranza e il pregiudizio, quando il popolo si fa guidare dalla pancia e diventa plebe, l'Italia del bar, la peggiore, dove ogni zingaro è ladro e ogni arabo terrorista."

domenica 7 novembre 2010

Stampa rassegnata

E intanto Pompei crolla. Ai Wei Wei, pop dissidente del regime cinese col piede in due staffe (nel senso: dissidente si, ma "architetto" del Nido di Pechino con atelier di Stato) viene messo agli arresti domiciliari, come riporta Francesco Bonami sul Riformista, con tanto di scuse della polizia. Il Giornale pubblica una recensione della nuova edizione del saggio di Raymond Aron "Democrazia e rivoluzione"; l'elzeviro, scritto da Giampietro Berti s'intitola: "L'antidoto alla demagogia? La libertà". Il testo è pieno di fervore liberale, vola sulle righe di un argomento che appassiona il Berti e trovarlo sul Giornale che fu di Montanelli sarebbe cosa buona e giusta. Non fosse altro che questo Giornale non è più quello di Montanelli, ma quello di Feltri. Un occhiello poi aggiunge tranchant: "Irresponsabili sono le forze politiche che promettono obiettivi irraggiungibili", lo pensa Aron, lo scrive Berti, lo pubblica Feltri: l'editore è liberale solo su queste "piccolezze" per elite. E' amaramente ironico. Intanto il cattolico Casini chiede a Fini dalle pagine del Messaggero di "staccare la spina". E' grottesco; in più questo governo lungi dal fare testamenti, l'unica cosa di biologico che ha lasciato, sono tracce. E questo sarebbe comunque l'unico caso in cui un'eutanasia andrebbe a lenire le sofferenze e spezzare l'agonia di un soggetto diverso dal paziente: nella fattispecie noi.

E poi il Times di Londra esce con un pezzo di satira feroce su B. Non c'è nemmeno più da vergognarsi di questo paese, di questo presidente. Tutto crolla, verrebbe solo da chiedere pietà; una pietà che ha il volto della damnatio memoriae, una pietà che implora: dimenticatevi dell'Italia, almeno per un po'.

E si torna da dove si era partiti, dalla Peste Italiana, con l'incessante sforzo di denuncia dei Radicali che per voce del segretario Mario Staderini ricordano quali e quanti siano i fondi distratti dalla cura del patrimonio artistico nazionale per andare a coprire restauro e manutenzione dei beni ecclesiastici. E non è una sterile polemica anticlericale; la chiesa viene foraggiata dallo Stato sotto varie forme, non ultima quello dell'otto per mille. Ma se l'Italia e il vaticano non sono capaci di gestire e far fruttare tutto l'immenso (e inestimabile) patrimonio culturale, dovrebbero farsi da parte e affidare tutto quantomeno ad un blind trust. E se per il vangelo è peccato anche l'omissione, qui il pio Bondi dovrebbe farsi un serio esame di coscienza, fare un consapevole mea culpa e andarsene a casa. Infatti, se di fronte alla barbarie islamica (una barbarie religiosa fondamentalista che ha portato alla distruzione "attiva" dei buddha di Bamiyan) l'intero globo ebbe un moto di sdegno, allo stesso modo, la scelleratezza di chi lascia (in maniera "passiva") marcire un territorio unico al mondo, dovrebbe essere oggetto di pari indagnazione. Mai come in questo momento mi sono sembrate serie, motivate ed evidenti le responsabilità di un ministro inane nel suo ruolo, incapace di richiedere e pretendere più del piatto di lenticchie che veniva "elargito" alla cultura e inevitabilmente dirottato sulla parte di "Beni Culturali" che possno parlare e lamentarsi. E intanto Pompei è crollata e un pezzo pregiato del nostro paese non c'è più. Un pezzo che era patrimonio dell'umanità del quale noi eravamo solo custodi e del quale non avevamo alcun diritto di abusare. Per dirla con gli Afterhours, Bye, bye Pompei.

venerdì 5 novembre 2010

mercoledì 3 novembre 2010

Stati d'eccitazione permanente

Il nostro paese è drogato di sesso; non può passare un giorno senza che si parli, si legga, si veda (si venda) del sesso. Si fa ma non si dice; e se si dice è per scandalizzarsi. Viscidamente, da attizzati, voyeuristicamente, da bacchettoni, moralisti, repressi. Il machismo è un obbligo, il testosterone va esibito, spruzzato in giro come a marcare un ideale territorio mediatico. Ma non stiamo parlando di B., della sua omofobia, del suo sciovinismo, del suo costante eccitamento adolescenziale; anche perché semmai ci fosse modo e tempo di discutere a questo mondo se è, in qualunque senso, meglio o peggio (di cosa poi?) essere omosessuali o eterosessuali, sarebbe una discussione sterile e priva di qualsiasi fascino intellettuale. Meglio banane o mele? Si possono far raffronti tra categorie differenti? Questione di gusti, questione personale; solo che in un italietta repressa e frustrata, sparare sui gay è troppo semplice, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate. Comunque non è questo il punto, perché la riflessione non nasce da un fatto di attualità, ma dalla presentazione dei fatti d'attualità, delle notizie. Mi spiego: premesso che il nostro paese è sesso-dipendente, premesso che ogni società, impresa, azienda tara il marketing sul paese di riferimento, cioè “vende” il suo prodotto secondo i canoni estetici, gli interessi, il grado di istruzione, il media utilizzato e il tipo di consumi del mercato in cui propone i suoi prodotti, insomma, tutto ciò premesso, pare che anche Google si sia adattato al trend. E se è vero come è vero che il motore di ricerca si mostri sempre protettivo e rispettoso (ad esempio, YouPorn non verrà mai suggerito nel completamento automatico durante la digitazione) è altrettanto vero che Google News sa sfruttare l'informazione dopata di sesso (ben inteso, per sesso, si parla sempre e solo di donne nude o seminude e in atteggiamenti provocanti, non esiste un corrispettivo di doping per donne etero, almeno non con la stessa preponderanza) e con una sorta di tacito do ut des, nella pagina delle news, ampio spazio viene riservato alle illustrazioni delle notizie, fornite da siti che “sanno bene” come “illustrare” quelle notizie. A dimostrazione di ciò che affermo linko al post questo screenshot. Si può vedere come in diverse sezioni delle notizie presentate dal sito di Mountain View, compaiano illustrazioni tratte ad esempio dal sito Dottor Sport. Le illustrazioni di questo sito sono sempre, o quasi, a carattere erotico; a parte dunque le notizie che parlano esplicitamente di escort, prostitute e soubrette (in cui l'illustrazione erotica è favorita dall'argomento), nelle altre categorie di notizie (salute e tecnologia ad esempio), le foto sembrano scelte dal sito Dottor Sport unicamente per il loro carattere attrattivo (sex sells, no?); e non si capisce (no?) perché, se per ognuna delle notizie pubblicate nelle diverse sezioni, ci siano moltissime riprese in giro per la rete (nello specifico gli articoli illustrati da Google News con le foto di Dottor Sport sono disponibili in 94,67,14 e 12 versioni), le illustrazioni siano riprese proprio da un sito che definire sconosciuto è un eufemismo. E' una osservazione moralistica la mia? No, libero Google di scegliere le illustrazioni in modo automatico (e furbo). Libero Dottor Sport di affiancare alla notizia “Ipertensione: una legge per ridurre il sale nella dieta”, una tizia in corsetto e autoreggenti (intimo da cuoca). Ritengo sia un mio dovere però, almeno domandarmi (retoricamente) se non ci sia il trucco. Perché il sesso è bello e far sesso è meraviglioso; può essere anche mercenario, a pagamento, purché si sia adulti e consenzienti. Più completo e complesso (più appagante) quando è fatto con la persona che si ama. Ma con tutto questo cosa c'entra una foto erotica a corredo di un articolo di salute o di tecnologia? E' un metodo subdolo di attrazione e (dis)educazione del lettore; e lo è al pari delle pubblicità con ragazzine che fanno le brave donnine di casa. Sono stereotipi che prevedono l'utilizzo di donne come oggetti: fatto grave nelle pubblicità, gravissimo nell'informazione. Per curiosità, se ne avete, andate a raffrontare la sezione News nelle versioni internazionali di Google che più vi aggradano: Google aggrega quello che c’è, in maniera automatica ma la scelta di notizie e illustrazioni non avviene in maniera casuale, è evidente. Sarebbe interessante sapere perché nel Google News italiano ha così tanto spazio un sito come Dottor Sport. E’ una causa o una conseguenza delle foto che pubblica? Così in questo mondo dei media distorto chi denuncia strumentalizzazioni, machismi, sciovinismi vari, rischia di essere tacciato di moralismo mentre nella realtà dei fatti ciò che manca è un'etica seria nel mestiere di giornalista, pubblicitario, comunicatore.

domenica 31 ottobre 2010

La Rappresentazione

Berlusconi ha da sempre confuso rappresentanza con rappresentazione. O per meglio dire ha contribuito sostanzialmente a portare confusione nel concetto di rappresentanza e con il tempo a trasformarlo in rappresentazione. La rappresentanza è quella che c'è sempre stata da quando c'è la Repubblica; più o meno perfetta ma sempre perfettibile, attraverso le diverse leggi elettorali. Dal Porcellum in poi la rappresentanza popolare è diventata rappresentazione personale. Le liste e il parlamento eletto sono stati fatti a Sua immagine e somiglianza. E' proprio per questo motivo che mai e poi mai, in nessuna occasione, per nessun motivo "esterno" a Berlusconi (tutto ciò che non sia di sua volontà insomma) il governo potrà cadere. Il sistema Berlusconiano è autoreferenziale. Da un lato c'è il parlamento, sua rappresentazione (la Maggioranza degli scelti), dall'altro i sondaggi (il Plebiscito catodico). Ad ogni scandalo, ad ogni processo, ad ogni ingiuria rivolta alla costituzione la risposta è: sono stato votato ed eletto per governare ed io governo, il popolo mi vuole, la gente è con me, sono qui per fare le riforme. Il sistema B. è blindato ed ha come uno scopo quello di salvare B. Come può un sistema studiato per la sopravvivenza del caro leader, porre fine a sé stesso volontariamente? Berlusconi veleggia in relativa tranquillità (politica) all'interno degli scandali (fin quando FLI glielo permette, ovviamente), di qualunque natura essi siano: sessuali, immobiliari, politici, fiscali, giudiziari. L'antipatico e brillante Facci, provocatore di Libero e intelligenza piegata al manganello di regime, all'esplosione dello scandalo Ruby ha scritto le sue dieci domande a Repubblica, parafrasando le altrettante poste da D'Avanzo a B. poco più di un anno fa, all'epoca dello scandalo Noemi Letizia. Una di queste sintetizza bene, la stanchezza e il peso che ci si porta dietro ad ogni nuovo, grottesco, scandalo. Ed è una stanchezza forse sbagliata, perché non bisogna mai smettere di indignarsi, di lottare, di cercare la verità, di volere (pretendere?) una politica migliore e in questo senso è inclusa la richiesta di dimissioni di un premier da sempre inadeguato al suo ruolo. La domanda è la seguente: "Nicole Minetti, la ragazza che ospitò la marocchina a casa sua, è un'ex igienista dentale di Berlusconi nonché ballerina di Colorado Cafè, in marzo paracadutata nel listino bloccato di Formigoni (quello delle firme false denunciato da Cappato e dai Radicali di Milano N.d.R.) che la fece eleggere nel Consiglio regionale della Regione Lombardia. Non vi sembrava già questo, senza bisogno d'altro, già sufficiente?"

giovedì 28 ottobre 2010

Frattali cavoli


A poche settimane dalla scomparsa del matematico Mandelbrot, ci piace ricordare che natura, matematica e bellezza sono strettamente correlate tra loro. Di seguito un piccolo link che non serve a dimostrare nulla, va solo goduto: http://www.wackerart.de/fractal_english.html

venerdì 22 ottobre 2010

Una singolare pluralità

Alla notizia del richiamo da parte dell'Agcom alla Rai, per la mancanza di pluralità al Tg1 e l'evidente sbilanciamento in favore della maggioranza (in termini di tempo dedicato), Marco Beltrandi (Radicale, componente della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai) ha sbottato: è troppo! Troppo tardi. Troppo poco.
Alla stessa notizia Minzolini ha reagito dichiarando: l'Agcom utilizza una società di rilevazione diversa; secondo la nostra, siamo in regola. E non ha tutti i torti. Tra un Gasparri e un Cicchitto c'è sempre almeno un intervista a dei cani con code acconciate da hair stylist internazionali o il punto sui nuovi gusti di gelato artigianale della costiera romagnola. Non si può proprio dire che si parli solo di come la pensa il Pdl. A volte viene il dubbio persino se ci sia qualcuno che pensa nel Pdl; poi Bossi mostra un dito medio, fa un rutto e alcune smorfie incomprensibili e ti viene voglia di dare una laurea honoris causa a Frattini, che, tutto si può dire, ma non che non sia un bell'uomo. Oppure un Nobel a Maroni, che ha dovuto combattere una lunga battaglia (civile) perché il suo partito accettasse il suo essere artista, il suo animo sensibile di bluesman, i suoi occhiali estrosi. Quegli stessi occhiali che ti fanno domandare: ma le montature sgargianti sono state la dote portata alla destra dal convertito Mughini o è stato il loro sdoganamento a portare l'intellettuale di sinistra per eccellenza da Ecce bombo a Contro campo?