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| Audi propone il latino finalmente comprensibile a tutti (https://youtu.be/5xr7RgD36Ho) |
Un blog nato per spo(r)t, per parlare di comunicazione, linguaggio e il suo utilizzo (pubblicità, giornalismo, web).
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venerdì 13 maggio 2016
Memento Audi
giovedì 11 febbraio 2016
Andata e ritorno
Il fatto che i pubblicitari abbiano sentito la necessità di specificare il significato del termine "pinguedine" è un segno dell'analfabetismo di ritorno. O dell'obesità di andata.
domenica 7 febbraio 2016
Il gioco doppio
I giornali italiani non brillano
mai (quasi mai) per originalità. Il mercato editoriale ha un assetto molto
rigido e, salvo pochi outsider come l’aggressivo
Fatto e la rediviva Unità, i moloch
dell’informazione sono, nel profondo, ben fermi. Non c’è vera concorrenza, perché in fondo il
mercato dei lettori è ancor più fermo di quello di chi scrive. I giornali sono
allineati su offerte e contenuti. Cambia il modo di presentarli, cambia la profilazione secondo il pubblico di
riferimento. Difficilmente cambia il timone, la gerarchia delle notizie e il peso
attribuito ad esse in prima pagina.
Oggi, domenica sette febbraio,
colpisce l’idea di fondo che serpeggia fra le prime pagine dei giornali. Un’idea
che in modi differenti è arrivata dai commentatori di politica interna, dai
notisti, dagli editorialisti.
Appare chiaro che la percezione
del gioco politico è doppia. Non voglio soffermarmi sul dato politico. E’
interessante la convergenza, rispetto alla percezione.
E’ vero: sono partito dal
presupposto che i giornali italiani non brillino mai (quasi mai) per
originalità ma qui non siamo ad analizzare i presupposti, qui si parla di
conclusioni.
La questione delle Unioni Civili
continua a mostrare aspetti interessantissimi della comunicazione politica,
della strategia e della paura di fondo che è quella di fare qualcosa che
scontenti in primis la Chiesa e a seguire il mondo conservatore. Si cercano
parole e simboli alternativi per comunicare ciò che viene fatto; si cerca di
sostenere dissociandosi e dissociarsi sostenendo una libertà di coscienza che
dall’esterno appare fuori misura rispetto alla portata etica e morale della
scelta in atto.
E così la doppia anima di Repubblica incontra il doppio sgambetto della Stampa e tutto finisce nei due forni del Sole 24 Ore, lasciando la sensazione
che, in maniera più o meno volontaria, la cifra del confronto attuale sia
quella del doppio gioco. E questo sì,
è anche un dato politico.
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lunedì 25 gennaio 2016
L'uso della propria lingua
| (C) http://www.dolighan.com/ |
Oggi è il turno del whistleblowing.
Ieri era il jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al
contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e
non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa
dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su
due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa
strategia di comunicazione.
Il primo aspetto riguarda il Governo e il
coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è
adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il
proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello
della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno
fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo
stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità
rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing
che è molto meglio di delazione.
Il secondo aspetto di questo trend
(ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno
la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con
sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine
che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli
anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.
Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che
mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la
supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di
scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta
la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non
esiste tout court come legge di
riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist,
settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato
anche con Renzi – in his own words –
e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.
Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e
memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi
stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia
francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E
come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si
chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di
cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere
idea di ciò, dal momento che si ostina
a parlare di réforme du temps de travail.
Quindi
siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con
il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona
comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte
spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il
preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali.
Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o
piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che
investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo
corretto della propria lingua.
domenica 24 marzo 2013
Passato digitale
Qualche giorno fa mi è tornato in mente il ricordo di un avvenimento. L'evento in sé non era e non è di alcuna importanza. Le immagini nei miei ricordi avevano contorni sfumati e la prima cosa che ho cercato di fare è stata provare a recuperare delle foto dall'hard-disk. Ma questo evento, accaduto una decina di anni fa, non ha alcun tipo di testimonianza digitale. Nessun telefono con fotocamera, nessuna macchina fotografica digitale lo ha immortalato. Era il 2002 e le poche fotocamere in circolazione (comprese quelle attaccate ai cellulari come nel Sony Ericsson t68i) avevano un megapixel di risoluzione e immagini grandi al massimo 640x480 con memorie capaci di contenerne meno di un rullino: costavano poi cifre improbabili. E' strano, ma a volte mi sembra che tutto ciò che è accaduto prima della testimonianza continua data dai cellulari, dalla condivisione aperta e sociale su internet, dalla possibilità di campionari fotografici sterminati, sia ancora più lontano nel tempo della memoria di quanto non lo sia davvero nel tempo della realtà vissuta. E quando capita poi di ritrovare le foto stampate (o persino i negativi), questa sensazione peggiora: nei computer nessuna immagine ingiallisce o sbiadisce. O c'è o non c'è, come ogni altra cosa digitale, che è 1 o 0 senza vie di mezzo. Un ricordo decade, può persino svanire. Una foto si scolora, perde intensità e a volte cambia talmente i toni da cambiare la percezione stessa. Le foto digitali rimangono tali e quali invece e il tempo sembra quasi accorciarsi: tutto è più vicino e dal passato digitale è più difficile prendere le distanze. Il passato digitale si elabora solo con Photoshop.
martedì 21 giugno 2011
I comprati
Non è che un giorno ti alzi e capisci che il mondo, gli esseri umani, dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Non è così, perché questo lo impari giorno dopo giorno; perché quei pochi che fanno ciò che dicono li tieni come amici e degli altri 'sticazzi. Rimane però una certa categoria di persone che hanno un prezzo. Li chiamiamo venduti, anche se in realtà sono solo comprati; anche loro lo hanno scoperto in quell'esatto momento. Non hanno colpa, ma non meritano perdono.
mercoledì 22 dicembre 2010
L'e-scatologico: Puffate
La Puffetta Prestigiacomo lascia il gruppo Pdl, perché Gargamella Cicchitto gli ha puffato un tiro mancino. Visibilmente scossa e in lacrime, durante la conferenza stampa, ha dichiarato che ne parlerà dirattamente col grande Puffo.
venerdì 10 dicembre 2010
L'e-scatologico: ormai avete capito il gioco di parole
Lo stesso Obama che ha dichiarato che Liu Xiaobo merita il premio Nobel per la Pace molto più di quanto non lo meritasse lui l'anno scorso, è proprio quello stesso Obama che se potesse mettere le mani su Assange gli farebbe capire che quando si parla di libertà di parola, di espressione e di critica ci si riferisce ai cinesi e a tutti i popoli oppressi da ideologie illiberali e regimi non democratici; gente che ipocritamente ti incarcera per reati d'opinione, dicendoti che hai commesso un reato d'opinione. Le democrazie, buone e trasparenti, arrestano solo gente cattiva come gli stupratori.
sabato 27 novembre 2010
L'e-scatologico - Pensieri di fine in tempi di merda
Sarà ridondante ma sempre meno del reiterato polemizzare sul tema: al dibattito meta-televisivo sul fine vita, è ora di staccare la spina.
lunedì 22 novembre 2010
Pro domo sua
Le dichiarazioni pontificie, in tema di preservativi sono irricevibili. Sono irricevibili perché arrivano con trenta anni di ritardo sull'esplosione dell'AIDS, irricevibili perché pronunciate in chiave morale e realistica (sic!) e non in chiave dottrinale. Irricevibili perché in evidente conflitto di interessi. Se fosse stata una enciclica, l'avrebbe chiamata Pro Domo Mea.
Prodezze grafiche
Non seguo il calcio, non tifo e se possibile guardo con una certa compassione chi lo fa. Non è snobismo, ma credo solo che esistano tante attività più valide rispetto al seguire uno sport. Poi ci sarebbe da fare una lunga digressione su cosa è sport, su cosa sia bello nello sport, se l'agonismo sia tutto o il gesto atltetico sia più importante etc etc. Ieri però mi è caduto l'occhio su di una foto molto bella. Lo spettacolare gesto atletico di Ibrahimovic che in rovesciata ha segnato un goal. La foto era pubblicata sull'Unità a corredo di un articolo che non ho letto. Però, al di là dell'atto immortalato dalla foto, c'è stato un particolare che ha attratto il mio sguardo. Un particolare molto "strano". La foto postata qui sopra è quella pubblicata in pagina dal quotidiano del PD. Quello che ho notato lo metto in forma di indovinello: in due dovrebbero averne quattro ma invece sono cinque...cosa sono?
martedì 16 novembre 2010
Chi ha paura del futuro non vive il presente
Si salta da una settimana a l'altra come se nulla fosse successo. E si torna di nuovo a Vieni via con me. Una nuova puntata, la seconda. Voglio però togliermi il dente subito, prima di dedicarmi alla parte migliore di questa trasmissione: Bersani e Fini hanno fatto schifo e suscitato pena. La narrazione, precedente e successiva al loro intervento, è stata densa di significato, solenne, quasi austera nella sua pura bellezza. Più sicuro Saviano, più concreto nelle sue circostanziate, documentate, pesanti accuse alla politica del nord e alle infiltrazioni nel territorio della criminalità organizzata. Uno squarcio pesante nel velo di omertà, uno squarcio luminoso sui bui traffici che covano alle spalle dell'Expo 2015. E a seguire, prima Beppino Englaro e poi il lungo monologo su Piergiorgio e Mina Welby. L'atto d'accusa lanciato alla Chiesa e al suo oscurantismo. Oscurantismo nei confronti di parole come eutanasia, libertà di scelta, diritti del malato. Una puntata eccezionale, fatta di verità e di temi Radicali, ennesima dimostrazione del fatto che di certe cose non se ne parla in televisione non perché non facciano ascolto, ma perché c'è cattiva volontà o incapacità di farlo da parte di presentatori e giornalisti. La poetica narrazione di Saviano e i nove milioni di ascoltatori sono lì a dimostrarlo.
venerdì 12 novembre 2010
Sodoma a Gomorra
Su "Vieni via con me" è stato detto e scritto molto. In generale, quasi tutta la stampa ha apprezzato la prima puntata, sottolineando lati positivi e qualche aspetto negativo. Stroncato da Liberazione, in polemica con Il Fatto, criticato costruttivamente da Aldo Grasso sul Corriere della Sera, il programma è stato sostanzialmente promosso senza troppe riserve. Un Benigni in gran forma e un Abbado un po' a disagio con i tempi televisivi sono stati il corollario di un atto di accusa verso la macchina del fango. Non entro nel merito, perché credo che già la querelle innescata da Travaglio, in polemica con Saviano per un certo utilizzo dei filmati con Falcone al Costanzo Show, abbia colto nel segno e gli eventuali sviluppi saranno tutti da seguire. E' interessante però la maniera in cui è stato trattato l'argomento "omosessualità". Attraverso le "liste" si è voluto squarciare un velo sulla povertà intellettuale di chi avversa l'omosessualità in sé (vale come doppio senso). Un Vendola un pò impacciato, un pò personaggio (e poco persona) ha fatto luce sul gretto modo di chiamare gli omosessuali. A lui ha fatto eco Saviano, che volendo satireggiare (o ironizzare?) sui luoghi comuni attorno ai gay, c'è finito dentro con tutte le scarpe. A tal proposito è uscito un meraviglioso articolo del filosofo Stefano Jesurum sul Corriere della Sera che ben sintetizza ciò che penso: "Sì, nei bar di Gomorra e dintorni sarei additato (con mio discreto vanto) come ricchione. Roberto si ricordi, però, che la medesima cosa accadrebbe nell'entroterra veneto, laziale, lombardo, emiliano, altoatesino e siciliano, nelle roccaforti leghiste e nelle sempre più circoscritte lande rosse di questo Paese. Accade ovunque regnino l'ignoranza e il pregiudizio, quando il popolo si fa guidare dalla pancia e diventa plebe, l'Italia del bar, la peggiore, dove ogni zingaro è ladro e ogni arabo terrorista."
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domenica 7 novembre 2010
Stampa rassegnata
E intanto Pompei crolla. Ai Wei Wei, pop dissidente del regime cinese col piede in due staffe (nel senso: dissidente si, ma "architetto" del Nido di Pechino con atelier di Stato) viene messo agli arresti domiciliari, come riporta Francesco Bonami sul Riformista, con tanto di scuse della polizia. Il Giornale pubblica una recensione della nuova edizione del saggio di Raymond Aron "Democrazia e rivoluzione"; l'elzeviro, scritto da Giampietro Berti s'intitola: "L'antidoto alla demagogia? La libertà". Il testo è pieno di fervore liberale, vola sulle righe di un argomento che appassiona il Berti e trovarlo sul Giornale che fu di Montanelli sarebbe cosa buona e giusta. Non fosse altro che questo Giornale non è più quello di Montanelli, ma quello di Feltri. Un occhiello poi aggiunge tranchant: "Irresponsabili sono le forze politiche che promettono obiettivi irraggiungibili", lo pensa Aron, lo scrive Berti, lo pubblica Feltri: l'editore è liberale solo su queste "piccolezze" per elite. E' amaramente ironico. Intanto il cattolico Casini chiede a Fini dalle pagine del Messaggero di "staccare la spina". E' grottesco; in più questo governo lungi dal fare testamenti, l'unica cosa di biologico che ha lasciato, sono tracce. E questo sarebbe comunque l'unico caso in cui un'eutanasia andrebbe a lenire le sofferenze e spezzare l'agonia di un soggetto diverso dal paziente: nella fattispecie noi.
E poi il Times di Londra esce con un pezzo di satira feroce su B. Non c'è nemmeno più da vergognarsi di questo paese, di questo presidente. Tutto crolla, verrebbe solo da chiedere pietà; una pietà che ha il volto della damnatio memoriae, una pietà che implora: dimenticatevi dell'Italia, almeno per un po'.
E si torna da dove si era partiti, dalla Peste Italiana, con l'incessante sforzo di denuncia dei Radicali che per voce del segretario Mario Staderini ricordano quali e quanti siano i fondi distratti dalla cura del patrimonio artistico nazionale per andare a coprire restauro e manutenzione dei beni ecclesiastici. E non è una sterile polemica anticlericale; la chiesa viene foraggiata dallo Stato sotto varie forme, non ultima quello dell'otto per mille. Ma se l'Italia e il vaticano non sono capaci di gestire e far fruttare tutto l'immenso (e inestimabile) patrimonio culturale, dovrebbero farsi da parte e affidare tutto quantomeno ad un blind trust. E se per il vangelo è peccato anche l'omissione, qui il pio Bondi dovrebbe farsi un serio esame di coscienza, fare un consapevole mea culpa e andarsene a casa. Infatti, se di fronte alla barbarie islamica (una barbarie religiosa fondamentalista che ha portato alla distruzione "attiva" dei buddha di Bamiyan) l'intero globo ebbe un moto di sdegno, allo stesso modo, la scelleratezza di chi lascia (in maniera "passiva") marcire un territorio unico al mondo, dovrebbe essere oggetto di pari indagnazione. Mai come in questo momento mi sono sembrate serie, motivate ed evidenti le responsabilità di un ministro inane nel suo ruolo, incapace di richiedere e pretendere più del piatto di lenticchie che veniva "elargito" alla cultura e inevitabilmente dirottato sulla parte di "Beni Culturali" che possno parlare e lamentarsi. E intanto Pompei è crollata e un pezzo pregiato del nostro paese non c'è più. Un pezzo che era patrimonio dell'umanità del quale noi eravamo solo custodi e del quale non avevamo alcun diritto di abusare. Per dirla con gli Afterhours, Bye, bye Pompei.
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venerdì 5 novembre 2010
L'e-scatologico - Pensieri di merda al tempo della fine
B.: "il fango non mi fermerà". Poi non dite che il dissesto idrogeologico non è ai primi posti nell'agenda di governo.
mercoledì 3 novembre 2010
Stati d'eccitazione permanente
Il nostro paese è drogato di sesso; non può passare un giorno senza che si parli, si legga, si veda (si venda) del sesso. Si fa ma non si dice; e se si dice è per scandalizzarsi. Viscidamente, da attizzati, voyeuristicamente, da bacchettoni, moralisti, repressi. Il machismo è un obbligo, il testosterone va esibito, spruzzato in giro come a marcare un ideale territorio mediatico. Ma non stiamo parlando di B., della sua omofobia, del suo sciovinismo, del suo costante eccitamento adolescenziale; anche perché semmai ci fosse modo e tempo di discutere a questo mondo se è, in qualunque senso, meglio o peggio (di cosa poi?) essere omosessuali o eterosessuali, sarebbe una discussione sterile e priva di qualsiasi fascino intellettuale. Meglio banane o mele? Si possono far raffronti tra categorie differenti? Questione di gusti, questione personale; solo che in un italietta repressa e frustrata, sparare sui gay è troppo semplice, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete, a sparare cazzate. Comunque non è questo il punto, perché la riflessione non nasce da un fatto di attualità, ma dalla presentazione dei fatti d'attualità, delle notizie. Mi spiego: premesso che il nostro paese è sesso-dipendente, premesso che ogni società, impresa, azienda tara il marketing sul paese di riferimento, cioè “vende” il suo prodotto secondo i canoni estetici, gli interessi, il grado di istruzione, il media utilizzato e il tipo di consumi del mercato in cui propone i suoi prodotti, insomma, tutto ciò premesso, pare che anche Google si sia adattato al trend. E se è vero come è vero che il motore di ricerca si mostri sempre protettivo e rispettoso (ad esempio, YouPorn non verrà mai suggerito nel completamento automatico durante la digitazione) è altrettanto vero che Google News sa sfruttare l'informazione dopata di sesso (ben inteso, per sesso, si parla sempre e solo di donne nude o seminude e in atteggiamenti provocanti, non esiste un corrispettivo di doping per donne etero, almeno non con la stessa preponderanza) e con una sorta di tacito do ut des, nella pagina delle news, ampio spazio viene riservato alle illustrazioni delle notizie, fornite da siti che “sanno bene” come “illustrare” quelle notizie. A dimostrazione di ciò che affermo linko al post questo screenshot. Si può vedere come in diverse sezioni delle notizie presentate dal sito di Mountain View, compaiano illustrazioni tratte ad esempio dal sito Dottor Sport. Le illustrazioni di questo sito sono sempre, o quasi, a carattere erotico; a parte dunque le notizie che parlano esplicitamente di escort, prostitute e soubrette (in cui l'illustrazione erotica è favorita dall'argomento), nelle altre categorie di notizie (salute e tecnologia ad esempio), le foto sembrano scelte dal sito Dottor Sport unicamente per il loro carattere attrattivo (sex sells, no?); e non si capisce (no?) perché, se per ognuna delle notizie pubblicate nelle diverse sezioni, ci siano moltissime riprese in giro per la rete (nello specifico gli articoli illustrati da Google News con le foto di Dottor Sport sono disponibili in 94,67,14 e 12 versioni), le illustrazioni siano riprese proprio da un sito che definire sconosciuto è un eufemismo. E' una osservazione moralistica la mia? No, libero Google di scegliere le illustrazioni in modo automatico (e furbo). Libero Dottor Sport di affiancare alla notizia “Ipertensione: una legge per ridurre il sale nella dieta”, una tizia in corsetto e autoreggenti (intimo da cuoca). Ritengo sia un mio dovere però, almeno domandarmi (retoricamente) se non ci sia il trucco. Perché il sesso è bello e far sesso è meraviglioso; può essere anche mercenario, a pagamento, purché si sia adulti e consenzienti. Più completo e complesso (più appagante) quando è fatto con la persona che si ama. Ma con tutto questo cosa c'entra una foto erotica a corredo di un articolo di salute o di tecnologia? E' un metodo subdolo di attrazione e (dis)educazione del lettore; e lo è al pari delle pubblicità con ragazzine che fanno le brave donnine di casa. Sono stereotipi che prevedono l'utilizzo di donne come oggetti: fatto grave nelle pubblicità, gravissimo nell'informazione. Per curiosità, se ne avete, andate a raffrontare la sezione News nelle versioni internazionali di Google che più vi aggradano: Google aggrega quello che c’è, in maniera automatica ma la scelta di notizie e illustrazioni non avviene in maniera casuale, è evidente. Sarebbe interessante sapere perché nel Google News italiano ha così tanto spazio un sito come Dottor Sport. E’ una causa o una conseguenza delle foto che pubblica? Così in questo mondo dei media distorto chi denuncia strumentalizzazioni, machismi, sciovinismi vari, rischia di essere tacciato di moralismo mentre nella realtà dei fatti ciò che manca è un'etica seria nel mestiere di giornalista, pubblicitario, comunicatore.
domenica 31 ottobre 2010
La Rappresentazione
Berlusconi ha da sempre confuso rappresentanza con rappresentazione. O per meglio dire ha contribuito sostanzialmente a portare confusione nel concetto di rappresentanza e con il tempo a trasformarlo in rappresentazione. La rappresentanza è quella che c'è sempre stata da quando c'è la Repubblica; più o meno perfetta ma sempre perfettibile, attraverso le diverse leggi elettorali. Dal Porcellum in poi la rappresentanza popolare è diventata rappresentazione personale. Le liste e il parlamento eletto sono stati fatti a Sua immagine e somiglianza. E' proprio per questo motivo che mai e poi mai, in nessuna occasione, per nessun motivo "esterno" a Berlusconi (tutto ciò che non sia di sua volontà insomma) il governo potrà cadere. Il sistema Berlusconiano è autoreferenziale. Da un lato c'è il parlamento, sua rappresentazione (la Maggioranza degli scelti), dall'altro i sondaggi (il Plebiscito catodico). Ad ogni scandalo, ad ogni processo, ad ogni ingiuria rivolta alla costituzione la risposta è: sono stato votato ed eletto per governare ed io governo, il popolo mi vuole, la gente è con me, sono qui per fare le riforme. Il sistema B. è blindato ed ha come uno scopo quello di salvare B. Come può un sistema studiato per la sopravvivenza del caro leader, porre fine a sé stesso volontariamente? Berlusconi veleggia in relativa tranquillità (politica) all'interno degli scandali (fin quando FLI glielo permette, ovviamente), di qualunque natura essi siano: sessuali, immobiliari, politici, fiscali, giudiziari. L'antipatico e brillante Facci, provocatore di Libero e intelligenza piegata al manganello di regime, all'esplosione dello scandalo Ruby ha scritto le sue dieci domande a Repubblica, parafrasando le altrettante poste da D'Avanzo a B. poco più di un anno fa, all'epoca dello scandalo Noemi Letizia. Una di queste sintetizza bene, la stanchezza e il peso che ci si porta dietro ad ogni nuovo, grottesco, scandalo. Ed è una stanchezza forse sbagliata, perché non bisogna mai smettere di indignarsi, di lottare, di cercare la verità, di volere (pretendere?) una politica migliore e in questo senso è inclusa la richiesta di dimissioni di un premier da sempre inadeguato al suo ruolo. La domanda è la seguente: "Nicole Minetti, la ragazza che ospitò la marocchina a casa sua, è un'ex igienista dentale di Berlusconi nonché ballerina di Colorado Cafè, in marzo paracadutata nel listino bloccato di Formigoni (quello delle firme false denunciato da Cappato e dai Radicali di Milano N.d.R.) che la fece eleggere nel Consiglio regionale della Regione Lombardia. Non vi sembrava già questo, senza bisogno d'altro, già sufficiente?"
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giovedì 28 ottobre 2010
Frattali cavoli
A poche settimane dalla scomparsa del matematico Mandelbrot, ci piace ricordare che natura, matematica e bellezza sono strettamente correlate tra loro. Di seguito un piccolo link che non serve a dimostrare nulla, va solo goduto: http://www.wackerart.de/fractal_english.html
venerdì 22 ottobre 2010
Una singolare pluralità
Alla notizia del richiamo da parte dell'Agcom alla Rai, per la mancanza di pluralità al Tg1 e l'evidente sbilanciamento in favore della maggioranza (in termini di tempo dedicato), Marco Beltrandi (Radicale, componente della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai) ha sbottato: è troppo! Troppo tardi. Troppo poco.
Alla stessa notizia Minzolini ha reagito dichiarando: l'Agcom utilizza una società di rilevazione diversa; secondo la nostra, siamo in regola. E non ha tutti i torti. Tra un Gasparri e un Cicchitto c'è sempre almeno un intervista a dei cani con code acconciate da hair stylist internazionali o il punto sui nuovi gusti di gelato artigianale della costiera romagnola. Non si può proprio dire che si parli solo di come la pensa il Pdl. A volte viene il dubbio persino se ci sia qualcuno che pensa nel Pdl; poi Bossi mostra un dito medio, fa un rutto e alcune smorfie incomprensibili e ti viene voglia di dare una laurea honoris causa a Frattini, che, tutto si può dire, ma non che non sia un bell'uomo. Oppure un Nobel a Maroni, che ha dovuto combattere una lunga battaglia (civile) perché il suo partito accettasse il suo essere artista, il suo animo sensibile di bluesman, i suoi occhiali estrosi. Quegli stessi occhiali che ti fanno domandare: ma le montature sgargianti sono state la dote portata alla destra dal convertito Mughini o è stato il loro sdoganamento a portare l'intellettuale di sinistra per eccellenza da Ecce bombo a Contro campo?
giovedì 21 ottobre 2010
Kill your god, kill your tv
La Rai ha paura di fare qualcosa di sinistra; ma ce l'ha anche D'Alema, la cosa ormai non stupisce. Il governo ha paura della Rai; ma il governo ha paura di tutto, sono nordisti (per metafora e per sineddoche) che vedono ombre rosse ovunque e nell'incertezza di non sapere quanto andrà avanti ancora questo governo portano l'assalto alla diligenza delle nomine, delle poltrone, dei posti chiave. Il pubblico ha paura di non vedere i suoi programmi in tv; anche il pubblico più colto è ormai un pò rattrappito sui divani pronto a far la spola da tv a computer e ritorno per protestare e (per lo meno) per indignarsi. Tutti hanno paura. Di tutto. Perchè l'Italia è in preda ad una fase di borghesia isterica e schizofrenica; non c'è più differenza fra dentro e fuori il video, davanti o dietro, presentatori, pubblico e ospiti. E la sinistra è in una crisi sempre più nera. Una crisi che è fatta di persone in crisi: d'identità. E in tutto questo marasma i Fabio Fazio galleggiano fra slanci di vitalità intellettuale e riflussi ameboici. Perchè la televisione è morta, ontologicamente morta. Ed io sono per staccare la spina, laddove il cerebro sia leso a morte, laddove le funzionalità siano meramente vegetative. La televisione va spenta, una volta per tutte. I Saviano, i Paolo Rossi, i Benigni devono tornare nelle piazze, reali o virtuali e fare "formazione" delle coscienze porta a porta. E sopratutto devono far pace con l'odore dei soldi, devono liberarsi del peso dell'essere anime belle. Prima di tutto il polverone Masi-Fazio-contratti, c'erano degli accordi, pattuiti da manager e impresari, tra azienda e artisti. Perché, subito dopo, invece è diventato solo una questione di libertà d'espressione? Se per Paolo Rossi "i soldi non sono un problema", se Benigni può "lavorare anche gratis", allora io che posso dirmi di sinistra e che lotto ogni giorno per il mio stipendio e per la difesa delle mie libertà, mi sento un coglione. Questa è ipocrisia: se fino alla scorsa settimana volevano cachet di primo livello, adesso possono lavorare per la gloria? Non mi sta bene questo: ci stavano fregando prima? Ci stanno prendendo in giro? Non credo alla fregatura: Benigni merita ogni euro chiesto e guadagnato e come lui Saviano, Paolo Rossi e come loro tanti altri grandi personaggi. Lo ha detto anche Fazio a Repubblica, Benigni non è la croce rossa, non lavora gratis ed è più che giusto. E non credo però nemmeno che ci stiano prendendo in giro. L'offerta di lavorare gratis è senza dubbio sincera e disinteressata. Ma quei soldi non sono indifferenti, non si possno nascondere sotto un tappeto di buone intenzioni come polvere e sporcizia. Quei soldi, quegli ingaggi sono il compenso per la parte interpretata nello show-business. La televisione ha regole di mercato e non si può essere contemporaneamente mercanti e gesù all'interno del tempio. Allo stesso modo chiunque guardi quella scatola vuota non può considerarsi semplice telespettatore di una trasmissione, anche la più bella e impegnata per denunciare o volenterosa nel proporre il cambiamento delle cose, è lì per "vendere" qualcosa. Si è consumatori e quella trasmissione serve a far tenere acceso l'elettrodomestico che non ci serve ma ci asservisce, ci coopta e usa per venderci oggetti. Fare gratis una trasmissione non è un esempio positivo; i soldi esistono e sono ciò per cui l'uomo vive, talvolta sopravvive, più spesso uccide e combatte. Un atto anarco-pacifista sarebbe fare una trasmissione tv per pruomovere internet, usare la tv come cassa di risonanza per dare una spallata alla tv stessa, per promuovere una forma nuova di intrattenimento e informazione, più libero e consapevole. Un vero atto di libertà sarebbe di mollare la televisione al suo destino e, sopratutto i Fazio, i Benigni e i Paolo Rossi che hanno fama e seguito potrebbero dare l'avvio ad un cambiamento radicale, producendo in proprio una trasmissione su internet, questa si davvero gratis. Il Passaparola di Travaglio (che quando ha iniziato era sicuramente meno famoso di ciascuno di loro) dimostra proprio che uno spazio di approfondimento diverso è possibile e se ci sono i contenuti, la libera informazione è viva e vitale e nella tv non resteranno altro che cadaveri.
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