giovedì 11 febbraio 2016

Andata e ritorno



Il fatto che i pubblicitari abbiano sentito la necessità di specificare il significato del termine "pinguedine" è un segno dell'analfabetismo di ritorno. O dell'obesità di andata.

domenica 7 febbraio 2016

Il gioco doppio




I giornali italiani non brillano mai (quasi mai) per originalità. Il mercato editoriale ha un assetto molto rigido e, salvo pochi outsider come l’aggressivo Fatto e la rediviva Unità, i moloch dell’informazione sono, nel profondo, ben fermi. Non c’è vera concorrenza, perché in fondo il mercato dei lettori è ancor più fermo di quello di chi scrive. I giornali sono allineati su offerte e contenuti. Cambia il modo di presentarli, cambia la profilazione secondo il pubblico di riferimento. Difficilmente cambia il timone, la gerarchia delle notizie e il peso attribuito ad esse in prima pagina.

Oggi, domenica sette febbraio, colpisce l’idea di fondo che serpeggia fra le prime pagine dei giornali. Un’idea che in modi differenti è arrivata dai commentatori di politica interna, dai notisti, dagli editorialisti.

Appare chiaro che la percezione del gioco politico è doppia. Non voglio soffermarmi sul dato politico. E’ interessante la convergenza, rispetto alla percezione.

E’ vero: sono partito dal presupposto che i giornali italiani non brillino mai (quasi mai) per originalità ma qui non siamo ad analizzare i presupposti, qui si parla di conclusioni.

La questione delle Unioni Civili continua a mostrare aspetti interessantissimi della comunicazione politica, della strategia e della paura di fondo che è quella di fare qualcosa che scontenti in primis la Chiesa e a seguire il mondo conservatore. Si cercano parole e simboli alternativi per comunicare ciò che viene fatto; si cerca di sostenere dissociandosi e dissociarsi sostenendo una libertà di coscienza che dall’esterno appare fuori misura rispetto alla portata etica e morale della scelta in atto.


E così la doppia anima di Repubblica incontra il doppio sgambetto della Stampa e tutto finisce nei due forni del Sole 24 Ore, lasciando la sensazione che, in maniera più o meno volontaria, la cifra del confronto attuale sia quella del doppio gioco. E questo sì, è anche un dato politico.

lunedì 25 gennaio 2016

L'uso della propria lingua

(C) http://www.dolighan.com/

Oggi è il turno del whistleblowing. Ieri era il  jobs act. Poi c'è sempre la stepchild adoption. Al contrario di ciò che potrebbe sembrare qui non si analizza l'operato Governo; e non si fa nemmeno una tirata sull'impoverimento della lingua italiana a causa dell'importazione di termini stranieri. Si tratta solo di una riflessione su due aspetti di quella che potremmo definire una tendenza dettata da una precisa strategia di comunicazione.

Il primo aspetto riguarda il Governo e il coraggio di fare le riforme. O meglio la paura. L'ingegno italico si è adoperato in un cambio di paradigma, anzi di idioma. Vendere al meglio il proprio prodotto può voler dire sottolineare le differenze rispetto a quello della concorrenza. Fare le riforme è la stessa cosa; riuscire dove altri hanno fallito passa anche dal cambiare il contenitore, anche se il contenuto è lo stesso (o non c'è affatto). E così, via di jobs act che è una novità rispetto alla stantia e accademica riforma del mercato lavoro o di whistleblowing che è molto meglio di delazione.

Il secondo aspetto di questo trend (ipse dixit) si può identificare nel fatto che alcuni termini stranieri hanno la capacità di esprimere concetti molto precisi e riescono, spesso, a farlo con sfumature uniche. Chi ama l'efficienza e la semplicità apprezza ogni termine che permette di esprimere un concetto fuor di parafrasi. Come hanno fatto gli anglosassoni che hanno adottato viceversa o media. O cappuccino.

Fin qui tutto bene. C'è un terzo aspetto che mi lascia interdetto. Va bene la comunicazione, va bene l'efficienza ma la supercàzzola? Si, insomma prematurata come fosse antani. E' una questione di scappellamento a destra, a mio avviso. Appare infatti evidente, a chi frequenta la stampa estera, che il jobs act non esiste all'estero; o almeno non esiste tout court come legge di riforma organica del mercato del lavoro. L'Economist, settimanale inglese che spesso si occupa di finanze italiane, ne ha parlato anche con Renzi – in his own words – e ci ha detto che si tratta di una labour-market reform.

Ma tant’è: il concetto di Jobs Act è virale e memetico, si riproduce e prolifera in virtù della propria efficacia. E oggi stesso arriva su Repubblica la notizia che Emmanuel Macron, ministro dell’Economia francese, stia preparando un piano per superare le famose 35 ore di Jospin. E come ce lo presenta Repubblica? “Arriva il jobs act francese” e il cerchio si chiude oltralpe con buona pace del purismo linguistico francese. A titolo di cronaca, corre l’obbligo di sottolineare che comunque Macron non sembra avere idea di ciò, dal momento che si ostina a parlare di réforme du temps de travail.


Quindi siamo di fronte all’annoso problema: chiamare le cose con il nome giusto o con il nome opportuno? Io credo che contino solo i risultati e una buona comunicazione sia il mezzo per ottenerli nella maniera più efficace; a volte spiazzando, a volte correndo il rischio di non far capire, altre volte con il preciso intento di non far capire. I contenuti sono comunque fondamentali. Resta l’interrogativo se questo sia o meno compito del Governo – far capire – o piuttosto non sia compito della stampa. In fondo si tratta di una scelta che investe, in primis, comunicatori e giornalisti: decidere quale sia l’utilizzo corretto della propria lingua.

domenica 24 marzo 2013

Passato digitale

Qualche giorno fa mi è tornato in mente il ricordo di un avvenimento. L'evento in sé non era e non è di alcuna importanza. Le immagini nei miei ricordi avevano contorni sfumati e la prima cosa che ho cercato di fare è stata provare a recuperare delle foto dall'hard-disk. Ma questo evento, accaduto una decina di anni fa, non ha alcun tipo di testimonianza digitale. Nessun telefono con fotocamera, nessuna macchina fotografica digitale lo ha immortalato. Era il 2002 e le poche fotocamere in circolazione (comprese quelle attaccate ai cellulari come nel Sony Ericsson t68i) avevano un megapixel di risoluzione e immagini grandi al massimo 640x480 con memorie capaci di contenerne meno di un rullino: costavano poi cifre improbabili. E' strano, ma a volte mi sembra che tutto ciò che è accaduto prima della testimonianza continua data dai cellulari, dalla condivisione aperta e sociale su internet, dalla possibilità di campionari fotografici sterminati, sia ancora più lontano nel tempo della memoria di quanto non lo sia davvero nel tempo della realtà vissuta. E quando capita poi di ritrovare le foto stampate (o persino i negativi), questa sensazione peggiora: nei computer nessuna immagine ingiallisce o sbiadisce. O c'è o non c'è, come ogni altra cosa digitale, che è 1 o 0 senza vie di mezzo. Un ricordo decade, può persino svanire. Una foto si scolora, perde intensità e a volte cambia talmente i toni da cambiare la percezione stessa. Le foto digitali rimangono tali e quali invece e il tempo sembra quasi accorciarsi: tutto è più vicino e dal passato digitale è  più difficile prendere le distanze. Il passato digitale si elabora solo con Photoshop.

martedì 21 giugno 2011

I comprati

Non è che un giorno ti alzi e capisci che il mondo, gli esseri umani, dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Non è così, perché questo lo impari giorno dopo giorno; perché quei pochi che fanno ciò che dicono li tieni come amici e degli altri 'sticazzi. Rimane però una certa categoria di persone che hanno un prezzo. Li chiamiamo venduti, anche se in realtà sono solo comprati; anche loro lo hanno scoperto in quell'esatto momento. Non hanno colpa, ma non meritano perdono.

mercoledì 22 dicembre 2010

L'e-scatologico: Puffate

La Puffetta Prestigiacomo lascia il gruppo Pdl, perché Gargamella Cicchitto gli ha puffato un tiro mancino. Visibilmente scossa e in lacrime, durante la conferenza stampa, ha dichiarato che ne parlerà dirattamente col grande Puffo.

venerdì 10 dicembre 2010

L'e-scatologico: ormai avete capito il gioco di parole

Lo stesso Obama che ha dichiarato che Liu Xiaobo merita il premio Nobel per la Pace molto più di quanto non lo meritasse lui l'anno scorso, è proprio quello stesso Obama che se potesse mettere le mani su Assange gli farebbe capire che quando si parla di libertà di parola, di espressione e di critica ci si riferisce ai cinesi e a tutti i popoli oppressi da ideologie illiberali e regimi non democratici; gente che ipocritamente ti incarcera per reati d'opinione, dicendoti che hai commesso un reato d'opinione. Le democrazie, buone e trasparenti, arrestano solo gente cattiva come gli stupratori.

sabato 27 novembre 2010

L'e-scatologico - Pensieri di fine in tempi di merda

Sarà ridondante ma sempre meno del reiterato polemizzare sul tema: al dibattito meta-televisivo sul fine vita, è ora di staccare la spina.

lunedì 22 novembre 2010

Pro domo sua

Le dichiarazioni pontificie, in tema di preservativi sono irricevibili. Sono irricevibili perché arrivano con trenta anni di ritardo sull'esplosione dell'AIDS, irricevibili perché pronunciate in chiave morale e realistica (sic!) e non in chiave dottrinale. Irricevibili perché in evidente conflitto di interessi. Se fosse stata una enciclica, l'avrebbe chiamata Pro Domo Mea.


Prodezze grafiche


Non seguo il calcio, non tifo e se possibile guardo con una certa compassione chi lo fa. Non è snobismo, ma credo solo che esistano tante attività più valide rispetto al seguire uno sport. Poi ci sarebbe da fare una lunga digressione su cosa è sport, su cosa sia bello nello sport, se l'agonismo sia tutto o il gesto atltetico sia più importante etc etc. Ieri però mi è caduto l'occhio su di una foto molto bella. Lo spettacolare gesto atletico di Ibrahimovic che in rovesciata ha segnato un goal. La foto era pubblicata sull'Unità a corredo di un articolo che non ho letto. Però, al di là dell'atto immortalato dalla foto, c'è stato un particolare che ha attratto il mio sguardo. Un particolare molto "strano". La foto postata qui sopra è quella pubblicata in pagina dal quotidiano del PD. Quello che ho notato lo metto in forma di indovinello: in due dovrebbero averne quattro ma invece sono cinque...cosa sono?